P.A. e Confindustria

Terni -

Gianni Trovati sul Sole 24h, ci propone un’analisi del Pubblico Impiego impietosa. Evidenziando le criticità più importanti, pone la sua attenzione su ciò che preoccupa di più Confindustria: la spesa. Si perché, se l’associazione degli industriali da sempre caldeggia una diminuzione della spesa per gli stipendi dei pubblici dipendenti, oggi pone l’accento sulla spesa previdenziale e, come svegliatasi di soprassalto, si accorge che a forza di tagli delle assunzioni, avanzamento dell’età media, invecchiamento degli organici, nel 2021 avverrà il “sorpasso” e nella Pubblica Amministrazione i pensionati saranno in numero maggiore rispetto ai dipendenti attivi. Verrebbe da esclamare: buongiorno e ben svegliati anche se, purtroppo, lo stesso giornalista riesce a trovare l’ennesima colpa dei lavoratori pubblici e cioè quella che, anche per loro (ma guarda un po'…), vale la regola dei contributi versati, che permette di andare in pensione prima degli oltre 67 anni previsti come limite anagrafico. Per Confindustria quindi il problema del sorpasso del numero dei pensionati sugli attivi non è derivato dal blocco delle assunzioni, che ormai da più di un decennio va avanti e viene subdolamente reiterato con l’aumento dei tempi per i concorsi che impediscono di fatto nuovi ingressi, non è derivato dal vertiginoso aumento dell’età media posseduta dai dipendenti pubblici che ormai supera abbondantemente i 50 anni, non è derivato dal fatto che nel corso dell’ultimo decennio i salari di questi lavoratori sono scesi più di ogni altro salario in questo Paese, così come la spesa per la formazione, che ha subìto un taglio di oltre il 40% nonostante gli enormi cambiamenti avvenuti con l’esplosione dell’informatica, con le continue variazioni legislative e con l’aumento dei processi burocratici che ne sono derivati. No! Per Confindustria il problema vero è che ai dipendenti pubblici vengono riconosciuti gli stessi diritti di tutti ed anche per loro vale la regola dei limiti contributivi dei (ad oggi), 42 anni e 10 mesi che permettono di agognare al meritato riposo a prescindere dall’età anagrafica. Più si va nel burrone e più si cerca di infilarsi nel pozzo nero della destrutturazione dei servizi pubblici, palesando una mentalità ormai asfittica, seccagginosa, incapace di capire quanto possa essere decisivo invece aumentare la qualità dei servizi pubblici per il mondo industriale, attraverso l’impiego dei giovani, attraverso nuove tecnologie, attraverso nuovi metodi premiali, ivi compreso lo scioglimento dei legacci che imbrigliano ogni possibilità di carriera per i migliori. Eppure basterebbe guardare in faccia ai freddi numeri, non solo interni al nostro Paese, ma magari rapportandoli a quelli dei Paesi più evoluti, dove l’economia cresce e le industrie si espandono. Basterebbe valutare le motivazioni per cui l’Italia ha uno dei più bassi, se non il più basso, rapporto tra dipendenti pubblici e cittadini. Dalla Svezia alla Danimarca, dalla Gran Bretagna alla Francia fino alla Spagna e alla Germania (considerando anche i lavoratori della sanità tedesca i quali, pur essendo pagati dallo Stato vengono considerati privati per la natura del loro contratto, di stampo privatistico a tutela della professionalità ed autonomia), tutti hanno rapporti dipendenti pubblici/cittadini notevolmente superiori, perché fanno del loro apparato statale un punto di forza per lo sviluppo e crescita. Per non parlare delle retribuzioni dove, anche in questo, l’Italia è fanalino di coda con i sui 163 miliardi di spesa inferiori, e di molto, ai 210 miliardi del Regno Unito, ai 246 miliardi della Germania o addirittura ai 290 miliardi della Francia! Ne esce un quadro desolante ed implacabile dei lavoratori della P.A. italiana rispetto ai loro colleghi degli altri Paesi europei: sono in percentuale molti di meno, molto più anziani, poco formati, i meno pagati e quelli che vanno in pensione più tardi. Nonostante ciò Confindustria continua nel tafaziano tentativo della costruzione di un sentimento negativo verso i lavoratori pubblici, tentativo spesso emulato anche dalle stesse amministrazioni locali. Basta vedere ad esempio l’ultimo articolo di UmbriaOn, riferito ai dati forniti dal Comune di Terni con il report consuntivo del 2019 sul controllo di gestione, nel quale, pur facendo un piccolo riferimento agli oltre 200 dipendenti in meno che caratterizzano la dotazione organica del Comune, (quasi 300 se si arriva a guardare il 2010), l’Ente pone il focus sul dato delle assenze aumentato, udite udite, di ben lo 0,11% chiamandolo “TASSO DI ASSENTEISMO”, in perfetta continuità con lo spirito confindustriale, che tenta di aumentare la percezione negativa dei cittadini verso i dipendenti del Comune di Terni. Non giova ricordare che il livello dei servizi in media risulta di buona qualità nonostante i tagli sul personale, non giova ricordare come l’età media sia aumentata fino a superare il dato nazionale, arrivando ad un vergognoso il 73,34% di lavoratori con un età superiore ai 50 anni, non basta ricordare, e questo lo facciamo noi, che a regime i tagli del personale e quello della retribuzione dei dipendenti, portano nelle casse del Comune un risparmio di ben 5 milioni di euro/anno, quello che andrà agli occhi dei cittadini non sono neanche le naturali assenze, ma il “tasso di assenteismo”. Beh possiamo dire con cognizione di causa, che i lavoratori del Comune di Terni, come ogni altro lavoratore pubblico, continuerà a fare il suo dovere, anche oltre quello richiesto, anche oltre quello per cui viene pagato, ma se questo paradigma non si rivolta, la zappa continuerà a battere sui piedi soprattutto dei cittadini! Privati dei servizi necessari, privati delle aspettative di lavoro per i propri figli, con una qualità della vita che va ridimensionandosi parallelamente alla diminuzione dei servizi pubblici, privati (per i cittadini di Terni) di 5 milioni di euro che prima venivano utilizzati per posti di lavoro e per servizi e che oggi non si conosce in quale buco nero siano finiti. Forse una riflessione ed un cambio di atteggiamento sarebbe utile, anche per riportare il nostro Paese al livello europeo, magari con una Pubblica Amministrazione a pieno organico, organizzata ed efficiente, dove i migliori possano sperare ad avanzamenti di carriera e dove le retribuzioni siano adeguate ed i doveri, obblighi e responsabilità, siano certi, trasparenti, verificabili, per servizi al servizio dei cittadini e delle imprese.

La Federazione Regionale USB P.I.

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