Salute mentale in Umbria: oltre i numeri.
La salute mentale in Umbria è davanti a una crisi che non può essere raccontata soltanto attraverso una classifica o attraverso 14 indicatori statistici. Gli indicatori SIEP possono essere uno strumento utile per fotografare alcuni aspetti del sistema, ma rischiano di diventare un mero esercizio matematico se vengono utilizzati per raccontare una realtà che sul campo è molto più complessa; perché dietro quei numeri ci sono persone.
Ci sono operatori che lavorano quotidianamente in condizioni sempre più difficili: medici, infermieri, educatori, OSS e tutte le altre professionalità della salute mentale. Ci sono carichi di lavoro crescenti, personale insufficiente, precarizzazione e una progressiva svalutazione del lavoro di cura e, soprattutto, ci sono le persone che hanno bisogno di essere curate.
Il numero dei ricoveri in SPDC, preso isolatamente, non racconta se una persona ha ricevuto realmente l'assistenza di cui aveva bisogno. Non racconta la qualità della presa in carico, la continuità assistenziale, il lavoro dei servizi territoriali, la possibilità di costruire un progetto terapeutico individuale.
Quando la gestione dei ricoveri diventa prevalentemente una questione di numeri, di posti letto, di giornate di degenza e di contenimento della spesa, il rischio è che il bisogno della persona finisca in secondo piano; allora bisogna avere il coraggio di dirlo: non tutto ciò che viene definito antipsichiatria lo è.
L'idea di superare l'istituzionalizzazione e di mettere al centro la persona non significa abbandonarla a sé stessa. Al contrario, significa costruire più cura, più territorio, più professionalità, più continuità e più risorse. Altrimenti l'“antipsichiatria” rischia di diventare soltanto una parola dietro la quale nascondere la riduzione dei servizi; questo sarebbe esattamente l'opposto della cultura della salute mentale di comunità.
Il problema, forse, viene da molto più lontano: anni di contenimento della spesa, esternalizzazioni, dumping contrattuale, progressiva perdita di valore del lavoro sociale e sanitario.
Non si può pretendere di garantire una buona salute mentale pagando sempre meno chi lavora nei servizi e impoverendo progressivamente le professionalità che li tengono in piedi.
Il risparmio sulla salute mentale non è mai soltanto un risparmio.
Ha un costo sociale. E quel costo, alla fine, viene pagato dalle persone più fragili, dalle loro famiglie e dagli operatori che ogni giorno cercano di assisterle.
La discussione sulla salute mentale in Umbria dovrebbe quindi partire da una domanda molto semplice: non quanti punti abbiamo guadagnato in una classifica, ma quale salute mentale stiamo realmente offrendo alle persone che ne hanno bisogno?
USB Federazione Regionale Umbria